Omelia Messa Crismale – 27 Maggio 2020

Carissimi presbiteri e diaconi, carissimi fratelli e sorelle

nessuno di noi avrebbe immaginato, solo qualche mese fa, l’inusuale contesto in cui ci saremmo trovati a celebrare la Messa crismale. Lontana dalle celebrazioni della Settimana Santa e circondata da restrizioni e attenzioni che rendono questo momento non meno bello e significativo, ma certo più sobrio e contenuto in quelle manifestazioni di festa e di fraternità che solitamente lo caratterizzano. La difficile, e per tanti uomini e donne, anche drammatica situazione che stiamo vivendo, ormai la conosciamo bene. Non possiamo negare che abbiamo faticato, noi e le nostre comunità cristiane, a comprendere e accogliere le limitazioni che veniva richieste. Forse siamo ancora tentati di minimizzare, considerato che il nostro territorio non ha avuto grandi numeri di contagiati e di decessi. Non dobbiamo però essere superficiali, ma piuttosto prudenti per il bene di tutti e anche nostro. È facile constatare che la vita sociale è stata sconvolta nei suoi ritmi e consuetudini, trasformando i rapporti familiari, gli stili comunicativi, la quotidianità. I problemi connessi con la ripresa delle attività lavorative, i debiti da pagare, l’incertezza del futuro, hanno ampliato la fascia sociale di “nuovi poveri”, creando notevole incertezza sul futuro. Ma anche la vita di fede, nelle sue espressioni comunitarie e personali, è stata segnata profondamente. Nessuno mette in dubbio che la fede nel Signore non è legata in modo rigido a luoghi o celebrazioni; essa può continuare ad esprimersi in profondità e verità anche nel segreto del nostro cuore e nell’angusto spazio di una stanza della propria casa. Molte comunità cristiane sparse nel mondo vivono limitazioni e restrizioni ben più pesanti riguardo all’espressione e vissuto della fede. D’altra parte, siamo profondamente convinti che la celebrazione comunitaria dell’Eucaristia, specialmente della domenica, ha una valenza teologica, comunionale, missionaria unica, sedimentata in secoli di vita cristiana e ribadita dal Magistero della Chiesa. Essa non è dunque accessoria, ma fa parte del nostro vivere e nutrire la fede “in comunione e comunità” con il Signore e con gli altri. La privazione della Eucaristia con il popolo ha toccato le nostre comunità cristiane e ci ha fatto soffrire. Ma abbiamo imparato proprio da queste limitazioni ad apprezzare con maggior consapevolezza quello che prima ci veniva offerto abbondantemente e che non sempre riuscivamo a valorizzare appieno. Non mi soffermo ora a riflettere come anche gli altri sacramenti, in questo contesto, sono stati per così dire “coinvolti”: il sacramento della riconciliazione, il battesimo e la cresima, e l’unzione degli infermi, incluso l’impossibilità almeno sino ai primi di maggio, di poter celebrare le esequie cristiane con la Messa.

Desidero ringraziare ciascuno di voi per l’impegno profuso in questo periodo nell’accompagnare le comunità cristiane, facendo sentire la presenza e vicinanza.

Abbiamo potuto riprendere da poco più di una settimana la celebrazione delle liturgie con il popolo, specialmente l’Eucaristia. Ma viviamo ancora quel contesto di limitazione a cui dobbiamo abituarci. Questa stessa celebrazione della Messa Crismale, che ha come specifico obiettivo quello di manifestare visibilmente l’unità del presbiterio con il vescovo e la consacrazione degli Oli che poi saranno distribuiti alle parrocchie, ha dovuto subire limitazioni nella partecipazione dei fedeli, presenti qui con una rappresentanza, non potendo accogliere tutti coloro che lo avrebbero desiderato. La Messa Crismale ci offre occasione per riflettere su alcune dimensioni del nostro essere Chiesa: la comunione presbiterale e con il vescovo e la benedizione degli Oli. Desidero approfondire questi due aspetti. In primo luogo, la comunione tra i presbiteri e il vescovo. Non posso esimermi dal chiedere a me stesso, a questo proposito, come ho vissuto la comunione con il presbiterio, con ciascuno di voi presbiteri. Ho meditato più volte su cosa sia essenziale nel ministero del Vescovo, a che cosa bisogna dedicare le energie, il tempo e la preghiera. Ho percepito, nel dialogo con voi presbiteri, che ci sono molte “teorie” di come il vescovo dovrebbe esercitare il suo ministero: chi lo vede compagno di viaggio, chi come Padre che deve ascoltare, chi come arbitro di una partita, chi controllore delle cose che non vanno, chi un super risolutore di ogni problema, chi come promotore di unità e così via… Ciascuna di queste prospettive ha qualche granello di verità, che però deve essere armonizzata  nel contesto del servizio alla Chiesa Diocesana e universale, alla comunità dei credenti, all’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, che deve essere la priorità. Dopo il 04 maggio dello scorso anno molte cose sono cambiate, ma non il mio desiderio di servire questa Chiesa Diocesana di Ales-Terralba e il suo presbiterio. Come ho avuto modo di dire altre volte, mi metto in atteggiamento di discernimento, in ascolto della Parola del Signore che si manifesta nella realtà, anche attraverso di voi presbiteri e del popolo di Dio che ci è affidato, ma senza trascurare la mediazione di coloro che nella Chiesa assumono autorevolmente il servizio di guidare l’intera comunità ecclesiale, in modo speciale di Papa Francesco.

Ancora una volta la domanda è: dove il Signore vuole condurci? Cosa vuole da noi e da me?

Vi assicuro che non ho tralasciato, nel momento opportuno, di manifestare a chi di dovere, esplicitamente, sia questa domanda che le difficoltà e fatiche che la decisione del Papa comporta circa il cammino unitario delle due Diocesi di Oristano e Ales- Terralba, ma ho anche dato fiducia alla parola autorevole del Santo Padre che mi invitava a spendermi e tentare questo percorso. Come ricorderete, nel novembre 2018 ho iniziato la mia prima visita pastorale alla comunità Diocesana, visitando tutti i grandi centri della Diocesi e le rispettive parrocchie. Ho poi ripreso la visita, seppure con ritmi diversi, nel novembre scorso, sino a febbraio di quest’anno, quando l’arrivo della pandemia e tutte le restrizioni conseguenti hanno impedito la visita alle comunità della Marmilla che ancora rimanevano e ha ridisegnato la conclusione, programmata per metà giugno con la visita alla comunità di Ales e ai paesi che ne condividono il cammino pastorale.Non è questo il momento per fare un’analisi dettagliata o una sintesi di quanto è emerso dalla visita pastorale. Inoltre, sono aspetti su cui abbiamo già avuto modo di riflettere e che conosciamo bene: la necessità di riorganizzare il ministero dei parroci anche in relazione al numero ridotto di presbiteri e alle necessità delle comunità cristiane, il coinvolgimento fattivo e responsabili dei laici, la necessità di focalizzarci sull’essenziale, l’urgenza di riprendere il dialogo con i giovani, solo per citare alcuni aspetti. Durante la visita pastorale è talvolta emersa la riflessione sul “concetto di prossimità “del vescovo alle comunità cristiane. Si tratta di un tema importante che meriterebbe una riflessione in profondità.

È mia convinzione che la prossimità del vescovo si manifesti proprio nella prossimità dei presbiteri alle loro comunità, dato che voi siete i primi collaboratori del vescovo e che appunto siete inviati per manifestare la sua sollecitudine e cura alle comunità.

Nel giorno dell’Ordinazione, si chiede al candidato se è disposto alla “fedele cooperazione al vescovo nel servizio del popolo di Dio”, specificata poi nell’annuncio del vangelo, del perdono, della misericordia etc.. Ci sarebbe da chiedersi se questo atteggiamento “di prossimità” non abbia bisogno di ulteriore attenzione, di una maggiore disponibilità da parte dei presbiteri verso le persone, dando loro tempo e attenzione, senza fretta. Ci domandiamo allora, cosa può aiutarci in questo cammino per impostare un rinnovato impegno di prossimità per i nostri cristiani? In primo luogo, la comunione tra noi, tra voi presbiteri. Sin dal mio arrivo in diocesi ho insistito molto sulla necessità di crescere nel fare fraternità presbiterale, come la chiave per ogni possibile progetto pastorale che altrimenti vivrebbe solo sulla carta, come purtroppo la storia di tanti progetti, sinodi, risoluzioni e intenzioni pur lodevoli, ci insegna. Quali sono i passi che è necessario fare? Credo sia importante sviluppare alcuni “codici relazionali” senza i quali non vi potrà essere nessuno progresso reale. In primo luogo, il “codice del rispetto”. Il rispetto nasce dalla visione teologica dell’altro, dal suo statuto di figlio di Dio che ha proprio in questo la sua grandezza e il motivo della cura e del rispetto. Non si tratta di essere amici di tutti, ma di saperci aprire agli altri, siano essi presbiteri e laici, senza pregiudizi, in vero ascolto. Per questo motivo, accanto al “codice del rispetto” vi è quello della benevolenza”.

Dobbiamo abituarci a volerci bene, a portare, come direbbe san Paolo “i pesi gli uni degli altri”. (Galati 6,2)

Non si tratta di romanticismo ma di carità. Dobbiamo uscire da una certa tendenza a sottolineare l’errore degli altri, ad attendere i passi falsi. La correzione fraterna è altra cosa. Nasce appunto dalla benevolenza dell’altro. Se non sviluppiamo questa dimensione, in cui riconosciamo agli altri confratelli, al di là dei limiti e anche del possibile disaccordo su tanti temi, la loro intrinseca amabilità, la possibilità di avere una dimensione in cui viene riconosciuto il valore dell’altro, la nostra predicazione al popolo di Dio manca di un elemento essenziale per essere efficace: la coerenza e rischia di essere esercizio accademico che non converte nessuno. Infine, credo che a questi primi due codici vada aggiunto il “codice della verità”. Ciò significa che il nostro dialogo deve essere veritiero, cioè non debitore del “sentito dire” o peggio delle chiacchiere non sempre benevole. Siamo chiamati a esprimere quello che pensiamo ma anche ascoltare con mente aperta quello che pensano gli altri, nel desiderio non di vincere una competizione o far tacere l’interlocutore, ma piuttosto di ritrovarci in una sintesi più alta, per poter riprendere insieme il cammino.

Ecco, ritengo che la costruzione della fraternità presbiterale, se vuole essere autentica, debba cominciare da questi elementi fondamentali che ciascuno di noi può meditare e fare propri. Fondandosi su di essa si potranno poi fare i programmi pastorali. 

Oggi, come già ho detto, viviamo una celebrazione insolita. Ci manca la presenza degli altri fratelli e sorelle che fanno la chiesa: i laici, le consacrate, gli uomini e donne cristiani, i bambini e i ragazzi. La pandemia ha imposto limitazioni ma ha anche offerto spunti per rinnovare e ripensare il cammino cristiano. Infatti, tornare a “come prima” senza riflettere su cosa ci ha insegnato la pandemia non sarebbe saggio. Dobbiamo aiutare le comunità a fare un passo in avanti nella relazione con il Signore, nella manifestazione della carità, nella comunione tra noi. Ho avuto modo di dire a qualche presbitero che mi commentava che abbiamo perso una occasione per far crescere la gente nella fede più autentica, essenziale, nella vita di preghiera in famiglia, che certo questi due mesi e mezzo hanno dato nuova luce a possibili cammini. Al tempo stesso, credo che il cambio interiore, radicale, di direzione non possa avvenire in così breve tempo. Ha bisogno di una pedagogia più lenta, incisiva, continua. Deve essere sorretto da una riflessione che entra in profondità. Questo però non toglie che come presbiteri e parroci non ci si possa interrogare. Quando avremo occasione di portare nelle nostre comunità gli Oli che oggi saranno consacrati, aiutiamo i cristiani a riflettere sul battesimo, sulla Cresima, sulla fragilità e la malattia, a pregare per le vocazioni.

Chiediamo loro di rinnovare quel desiderio di Eucaristia in comunità che tante volte è stato espresso, a volte anche sopra le righe, durante la pandemia, perché diventi non uno slogan ma un significato di vita. Ecco in conclusione fratelli, il senso che desidero dare a questa celebrazione della Messa Crismale: un rinnovato impegno per la vita presbiterale; una ripartenza nelle comunità con il desiderio di usare saggiamente quello che abbiamo imparato nella difficoltà, per far crescere la nostra adesione al Signore Gesù. Infine, una parola di ringraziamento e un invito alla preghiera.

Ricordiamo con affetto Mons. Antonino Orrù e Mons. Giovanni Dettori, vescovi emeriti. Preghiamo per il nostro confratello che in quest’anno celebra il suo 50mo di Ordinazione: don Francesco Murgia, Parroco di S. Giovanni a Lunamatrona e Cancelliere, ricordiamo il 60 di don Venanzio Sanna, collaboratore parrocchiale di Siddi e Pauli Arbarei e di don Tonino Meloni, collaboratore di Lunamatrona.

Non si tratta di un ricordo formale ma di un sentito ringraziamento per il servizio che ciascuno di voi ha offerto alla Chiesa nei vari uffici e compiti che avete avuto e in quelli dove ora servite. Grazie. A questi due confratelli unisco nella preghiera il caro

Andrea Martis che il prossimo 27 giugno in questa Cattedrale, a Dio piacendo, sarà ordinato Diacono.

Li affidiamo, nella lode e intercessione, al Signore, perché continui a animarli e sostenerli nel loro cammino. A tutti voi chiedo anche una preghiera per me, perché sappia servire questa Chiesa, il Signore ci doni discernimento e ascolto.

+ Roberto Carboni, arcivescovo

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