Omelia per l’ordinazione diaconale di Mario Meloni

22 Novembre 2020 – San Gavino M.Le

Carissimi Fratelli e sorelle, 

la Solennità di Cristo Re conclude l’anno liturgico e ci apre alla prospettiva di un nuovo inizio con il tempo di avvento. Si tratta di due movimenti spirituali ed esistenziali in cui siamo coinvolti in profondità come persone.

Quest’anno, sin dai primi mesi dall’avanzare della pandemia, ci siamo sentiti smarriti, impotenti di fronte a un nemico non afferrabile, confusi sul da farsi, spessoarrabbiati per i limiti che ci sono stati imposti, e sconcertati per le conseguenze sulle relazioni e sulla economia. Siamo adesso chiamati a fare sintesi personale e anche comunitaria e chiederci se la nostra fede e le manifestazioni che l’accompagnano ne sono uscite purificate, ricentrate sull’essenziale, ispiratrici di nuovi percorsi, o al contrario ne usciamo affaticati, con una fede indebolita e la difficoltà a capire quali cammini riprendere e cosa fare.

La festa di Cristo Re ci suggerisce la possibilità di un nuovo inizio. Con l’avvento siamo invitati di nuovo a metterci alla scuola della speranza, dare fiducia alla parola di Gesù che afferma di stare con noi tutti i giorni sino alla fine del mondo.

In questo contesto viviamo oggi anche un segno eloquente di speranza per la nostra comunità cristiana di san Gavino ma anche per tutta la nostra diocesi: l’ordinazione diaconale di Mario Meloni. Mario è un figlio di questa comunità cristiana di S. Gavino. Qui ha avuto il suo primo incontro con il Signore nel battesimo, maturato poi nell’Eucaristia e nella confermazione. Anche per Mario, in modo singolare e speciale, questa celebrazione liturgica è anche la conclusione di un percorso di formazione fatto in questi anni e l’apertura nuove prospettive e impegni dentro la comunità cristiana. 

Come è arrivato a questo momento? Si tratta di un cammino iniziato da lungo tempo, coltivato, pregato, riflettuto insieme a coloro che lo hanno aiutato nel discernimento. Mario è consapevole che ogni vocazione non è solo risposta personale al Signore ma si nutre e ha le sue radici nella dimensione comunitaria della vita cristiana. Non si tratta di un percorso solitario, ma piuttosto frutto della partecipazione di molti: della propria famiglia che sostiene il cammino, della comunità cristiana in cui è cresciuto, di coloro che a vario titolo lo hanno guidato, consigliato, hanno fatto insieme a lui il discernimento, dei formatori, della comunità presbiterale della nostra Diocesi di Ales- Terralba e del vescovo. Si tratta di una vocazione insieme “personale e comunitaria.

Il vangelo che la liturgia ci propone è una pagina drammatica e dai toni forti, chiamata anche “del giudizio finaleQuesta parola di Gesù è importante per tutti noi, per la nostra vita cristiana; ma oggi è particolarmente importante per illuminare ulteriormente la vocazione diaconale a cui Mario si sente chiamato e che, nel suo caso, si apre a quella presbiterale. Nel vangelo che abbiamo ascoltato siamo confrontati con la nostra idea di Dio, sumodo di rapportarci a Lui e con gli altri uomini e donne, sucome deve agire il credente in Dio. IL vangelo ci aiuta anche a mettere in discussione le nostre idee, anche preconcette, su che cosa significhi essere “veri discepoli “di Gesù.

Nel racconto evangelico, al centro sta Gesù. Infatti il Signore non dice genericamente “quello che avete fatto” ma “quello che avete fatto a me”. È lui il centro e il metro di giudizio, è lui che fa la differenza nel nostro agire. Su cosa saremo giudicati? Ce lo dice san Giovanni della Croce con una frase che fa sintesi mirabile: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore!”

Oggi, tante persone che non facilmente accolgono Cristo ed i suoi insegnamenti, che magari trovano esigenti, sono però sensibili alla testimonianza di quanti comunicano il suo messaggio mediante la testimonianza concreta della carità. L’amore è un linguaggio che giunge diretto al cuore e lo apre alla fiducia. 

È straordinario il passaggio dove Gesù opera una sintesi tra la sua la sua persona e “il più piccolo dei fratelli “. Ecco allora che il primo atteggiamento che ciascuno di noi deve coltivare e anche Mario deve avere è quello di “affinare lo sguardo” perché nelle persone che si incontrano, specialmente i poveri, i piccoli, ci sia la capacità di andare oltre l’apparenza, di vedere quella “immagine” di Dio che è presente in tutti anche in coloro che a noi sembrano così lontani da questa possibilità. 

Inoltre, la parola di Gesù ci invita ad avere una fede che sappia generare non solo il credere (sapere cose sul Signore) o il celebrare ma anche che si trasformi in prassi, nel fare. Questi elementi vanno insieme: la fede non è solo conoscere, non è solo celebrare ma è anche trasformare in azione ciò che si crede e si celebra. Questo è possibile perché per primo Gesù ha messo insieme, nell’insegnamento ai suoi discepoli quando chiede: chi dite che io sia? E poi dice: “fate questo in memoria” e ancora “va e anche tu fa lo stesso”.

Caro Mario, il tuo diaconato è soprattutto “servizio” a fare questo, come dice Gesù, ai miei fratelli più piccoli. Si tratta di un “fare gratuito”, una restituzione del bene che il Signore ha manifestato nella tua vita attraverso tanti. 

In questi anni di formazione in Seminario e nell’attività in parrocchia, hai manifestato una particolare attenzione verso i fratelli sofferenti, gli ammalati le persone in ospedale. Questa tua attenzione è preziosa e va coltivata perché ti ricorda e ricorda a tutti, che dobbiamo prenderci cura delle “membra sofferenti della Chiesa” che sono i malati, le persone sole, gli anziani. Si tratta in questo modo di superare quella tentazione di “scartare” coloro che già per età e salute non sembrano più al centro e per questo sono messi ai margini. 

Come vescovo, confido al tuo diaconato questo impegno:manifestare la carità della nostra Chiesa. L’ordinazione diaconale è accettare un servizio. Non è un privilegio, un distanziarsi dagli altri, un entrare a far parte chissà di quale supposta “élite”, non si tratta di “salire” quanto piuttosto di scendere, di farsi prossimo con i piccoli. 

Questo ti affido come mandato. Il Signore ti accompagni in questo cammino di donazione a Lui.

+p. Roberto Carboni , arcivescovo

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